Wines of Crete – Degustazione Vini Cretesi a Firenze – La Divina Enoteca – 27 Marzo 2015

Vilana, Thrapsathiri, Vidianò, Dafnì, Plytò, Liatiko, Romeiko, Malvasia di Candia Aromatica, Mandilari, Kotsifali, Moscato di Spina; sono i vitigni autoctoni dell’isola, il tesoro di Creta. E sono stati i protagonisti della serata di degustazione dedicata ai vini Cretesi organizzata dal Consolato Onorario della Grecia di Firenze, l’associazione Wines of Crete e la Divina Enoteca di Firenze. L’associazione Wines of Crete, nata nel 2006, raggruppa 30 produttori, molti dei quali presenti in sala e disponibili a informare gli appassionati su vitigni e vini cretesi.


Ventuno i vini presenti, interessanti, originali e pieni di vita.

Parlare di tutti quanti sarebbe troppo lungo e potrebbe risultare noioso ma se dovessi scegliere un bianco e un rosso le mie scelte ricadrebbero su questi due vini:

Melissinos è un blend di uve Thrapsathiri e Sauvignon Blanc provenienti da agricoltura biologica. Figlio del Mediterraneo, esprime aromi di fiori di limone e di rose e fruttati di pera e albicocca. Fresco e sapido, chiude un sorso lungo con una certa “grassezza” e grande equilibrio.

Mandilari Plakoura lo conoscevo già e mi ha confermato le buone impressioni che ho avuto in passato e che si possono vedere qui.

romeiko

Per finire, non posso non parlare del buonissimo passito Euphoria di Dourakis, fatto con uve della varietà Romeiko. Dopo la raccolta, le uve surmature vengono stese al sole per 9 giorni per il loro essiccamento parziale; il risultato è un vino dolce naturale, denso e delizioso. Bergamotto, mandarino e cedro, gelsomino e giacinto, miele e caramello. Acidità e dolcezza in ottimo equilibrio, ricco, elegante e setoso.

 

“Forma e sostanza sono inscindibili” – Degustazione di 8 vini alla cieca condotta da Sandro Sangiorgi -Cerea 21/03/15


” …Se ci s’impegna in un’attività nella quale contano, insieme alla tecnica agronomica e al lavoro di campagna, spiritualità, educazione, pratiche manuali, capacità di osservazione e confronto col pubblico, non si può pensare a priori di far prevalere una delle due entità. Nel lavoro è doveroso perseguire una bellezza completa...”


 

Parte dell’intervento di Sandro Sangiorgi

Sandro si avvicina al tavolo, mi porge una bottiglia mezza piena di Cuvée Juliette Robinot..”avvina i bicchieri con questo”, mi dice.. “Gulp!”..li avvino, e non solo… Mentre fisso l’etichetta di questo capolavoro, col naso “ficcato” nel calice ad “annusare” la leggenda Jean-Pierre Robinot, Sangiorgi comincia a parlare dell’inscindibilità della forma e della sostanza. I calici cominciano a riempirsi, la concentrazione aumenta, le nostre cinque vie d’accesso del mondo dentro di noi hanno le “antenne puntate”. Il discorso finisce, l’attenzione si sposta sui calici, il silenzio cala..venti minuti con noi stessi, “poi ci confrontiamo”, dice Sandro. Si parte dai rossi. Osservo, annuso, inspiro-espiro, assaggio, ancora ed ancora; decido, mi contraddico, vado avanti, torno sui miei passi..i venti minuti volano.


Comincia il confronto, quello che è piaciuto e quello che non è piaciuto nei vari vini, e perché. Il vino preferito (per la stragrande maggioranza) è il no.5, seguito dal no.6, poi il no.4 e via-via gli altri. Non starò a fare noiose descrizioni dei vini ma, per quanto mi riguarda, i rossi (1-4), ad eccezione di un interessante no.4, non mi hanno conquistato, mentre tra i bianchi (5-8), il primo è quello che mi ha convinto di più. Si trattava di un vino dal colore dorato carico e dai profumi fruttati di albicocca e miele, di spezie e di zucchero filato, “avvolto” da una marcata mineralità e grande equilibrio olfattivo che mi ha “spedito” dritto in Slovenia. Grande freschezza e sapidità in bocca ma anche calore alcolico che, amalgamati magistralmente, danno un sorso equilibrato e lungo. Avevo pensato addirittura di aver individuato il vino, il Sauvignonasse (Tocai) di Mlecnik; naturalmente mi sono sbagliato. Il vino no.6 era pure molto interessante, ma è arrivato secondo nelle mie preferenze per via di una volatile un po’ pronunciata. Infine il no.7 mi ha lasciato perplesso per la mancanza di equilibrio (mia modesta opinione). Alla fine abbiamo conosciuto i vini in degustazione.

1.Trinchero – Barbera d’Asti “Terra del Noce” 2010

2. Fattorie Romeo del Castello – Etna Rosso “Allegracore” 2013

3. De Fermo – Montepulciano d’Abruzzo “Prologo” 2011

4. Campi di Fonterenza – Brunello di Montalcino 2010

5. Paolo Bea – Trebbiano “Arboreus” 2010

6. Cantine Giardino – Fiano “Gaia” 2012

7. Panevino – “Alvas” 2012

8. Vodopivec Vitovska Anfora 2011

 

La Biodinamica e la vinificazione in Anfora. Incontro con Elisabetta Foradori e Silvio Messana – Bologna 12/02/15

Serata passata insieme a Elisabetta Foradori e Silvio Messana, organizzata dalla sezione ONAV di Bologna. Comincia Elisabetta, raccontando un po’ la sua storia, il suo avvicinamento alla biodinamica, il suo percorso di crescita -come potete sentire qui-

 

ma quando entra nel vivo, nella parte cruciale del suo percorso, viene invitata a proseguire con l’assaggio (immagino per rispettare i tempi); più o meno in quel momento “si spegne” la magia e “si accende” la banalità. Non che sia meno importante l’assaggio dei vini, ma proprio per poterli comprendere perfettamente è fondamentale capire fino in fondo la filosofia che ha sposato il vignaiolo e il percorso che ha fatto per arrivare a quella scelta, e pazienza se bisogna aspettare prima di dire che il vino è molto buono, che è paglierino carico o che sa di cocomero.

Sentite la Foradori mentre parla del suo territorio e del Teroldego:

 

I suoi vini mettono in evidenza la principale caratteristica della stessa Elisabetta, l’eleganza. Elegante il suo modo di parlare, i suoi gesti, la sua stessa figura; eleganti i suoi vini, snelli ed equilibrati, come il Fontanasanta Incrocio Manzoni 2013, brillante, floreale, fruttato ma soprattuto minerale. Fresco, sapido e dalla tannicità appena percettibile, mostra un finale abbastanza lungo dai ritorni di pesca e miele. Il Fontanasanta Nosiola 2012 è altrettanto elegante, profuma di mandorle e noci ma anche di pietra focaia. E’ fresco e -quasi- salino, con un finale piacevolmente amarognolo.

Passando ai suoi rossi, lo Sgarzon 2012 profuma di frutti rossi, di spezie dolci e di fiori. Al palato è succoso e avvolgente con tannini ben inseriti nella sua struttura e buona lunghezza finale. Ma è con il Granato che Elisabetta Foradori raggiunge “vette alte”, un vino che cresce nel “ventre dell’anfora”, espressivo e affascinante. E voglio riportare qui l’intervento di Agnese, che condivido, mia moglie, compagna di vita e di avventure, enoiche e non:

“L’ anfora contiene i 4 elementi: terra, aria, acqua e fuoco; mette in contatto le energie dell’uva con le energie dell’universo, la forma è quella dell’utero materno. Nell’anfora l’ uva rinasce vino.
” Elisabetta Foradori” all’evento biodinamica e vinificazione in anfora organizzato Dall’ ONAV Bologna.
Se è vero (e io credo che sia proprio così) che il vino biodinamico vinificato in anfora contiene gli oligoelementi della terra vivi e in contatto con l’ universo, tra i quali antiossidanti e magnesio, io credo che non ci sia integratore naturale migliore di un buon bicchiere di vino e che perfino gli integratori migliori in commercio non arriveranno mai a interagire con il nostro organismo con tanta energia!”

Il 2011 si presenta come un mare scuro, profondo e concentrato; al naso spiccano i profumi di frutti rossi, humus e spezie. Al palato si presenta compatto, fresco e sapido, con tannini ben presenti ma morbidi. Ma è il 2010 il diamante che brilla più di tutti gli altri; ho ritrovato lo stesso entusiasmo di quanto l’ho provato per la prima volta ma, intanto, era diventato ancora più maturo e buono. Ecco cosa dicevo del Granato 2010.

Silvio Messana si definisce “nomade”. Si sposta da New York in Toscana, a Montesecondo, nel cuore del Chianti, per prendere in consegna un agriturismo acquistato dal padre nei primi anni ’60 e dove viveva la madre. Negli anni ’70 il padre pianta delle vigne e dopo la sua morte è la madre a occuparsi della gestione. Negli anni ’90 Silvio torna e si stabilisce in Toscana e dopo la morte della madre comincia a lavorare nei vigneti trasformando l’agriturismo in un’azienda agricola. Il suo percorso è graduale e passa dall’agricoltura convenzionale a quella biologica e poi biodinamica, fino ad arrivare all’uso delle anfore. Il Montesecondo 2013 è un Sangiovese quasi in purezza (c’è un saldo del 2% di uve bianche). La disciplinare ha sentenziato “ma ‘ndo’ vai con quel colore lì?” Parliamo di un Chianti “mancato”, fruttato, di buona acidità e tannino vivo. Forse “pecca” un po’ d corpo, non certo di piacevolezza. Chianti Classico 2012 La definizione classico è azzeccata. Il colore stavolta è giusto, il naso intriso di frutta rossa, con la ciliegia sotto spirito in evidenza, le note balsamiche, le resine nobili e i fiori. Mostra buona acidità e sapidità e tannini rotondi. Il calice vuoto profuma di tabacco biondo. Il Rosso del Rospo 2011 è un blend di Cabernet Sauvignon (in prevalenza) e Petit verdot, un vino che rappresenta degnamente il proprio territorio. Profondo e balsamico, con sentori di frutti rossi e neri e un filo di erba fresca. Un po’ brusco in bocca, si ammorbidisce con il passare dei minuti; buona l’acidità e la sapidità e vivi i tannini. Montesecondo Tin. Ho scoperto dalla bocca di Silvio che Tin in arabo significa argilla e ho capito finalmente perché le anfore spagnole si chiamano Tinajas. Sangiovese in purezza questo Chianti fermentato, macerato e affinato in anfora. Il 2012 si presenta luminoso, fruttato(ciliegia), fine ed equilibrato. E’ snello, fresco e sapido e dal tannino marcato. Il 2011 è speziato e fruttato, più complesso del 2012. La freschezza e la sapidità sono sempre vive ma il tannino è meno marcato. Mostra una lunga persistenza e molta eleganza. Vino “aristocratico”.

 

 

 

“LA TERRACOTTA E IL VINO” – 1^ CONVENTION INTERNAZIONALE – 23/11/2014 IMPRUNETA (FI)

La ristrutturata e bellissima Antica Fornace Agresti di Impruneta(FI) ha ospitato la 1^ Convention Internazionale sul argomento “La Terracotta e il Vino”, ovvero sull’uso di anfore, orci e giare nella trasformazione dell’uva in vino, metodo adottato da molti produttori di vini “naturali”. Si tratta di un ritorno alle origini perché la terracotta è il primo materiale usato nella storia per scopi enologici. Bisogna tornare indietro di 10000 anni per trovare le prime anfore usate per vinificare le uve nella zona che oggi corrisponde ai paesi di Iran, Azerbaigian, Armenia e Georgia. Proprio questi due ultimi paesi continuano a fare uso delle anfore oggi come allora, l’Armenia con i suoi “Karas” e la Georgia con i suoi “Qvevri”, contenitori di terracotta della capacità di 2000-3000 litri interrati nelle proprie cantine o nei propri giardini.

Produttori dall’Italia, Nuova Zelanda, Australia, California, Georgia, Armenia, Montenegro e Francia hanno fatto conoscere i loro vini al pubblico in un bellissimo evento che è solo alla sua prima edizione e che non può che migliorare nel tempo. Conosciamo insieme alcuni dei produttori.

Pyramid valley Vineyards – Nuova Zelanda: Viticoltura biodinamica basata sulle basse rese e vinificazione naturale senza l’uso della chimica. Lo chardonnay “Field of Fire” prende il suo nome dalla gramigna “agropyron” (dal greco agro=terreno e pyra=fuoco) presente nel vigneto. Grande energia e freschezza. Floreale, erbaceo, minerale. Mi sembra di stare con il calice in mano in mezzo ad un campo, un “campo di fuoco”. Molto giovane ancora (2011), promette di invecchiare benissimo.

AmByth Estate – Stati Uniti: Viticoltura biodinamica. Filosofia: A love of the land. A joy of life. (Amore per la terra. Gioia per la vita). Il Californiano Phillip Hart propone due vini. “Priscus”, un blend di Grenache Blanc, Marsanne, Viognier e Roussanne; è un vino che si potrebbe trovare benissimo nei simposi dei Greci Antichi e dei Romani, infatti Priscus in Latino significa antico. Torbido e ricco di sedimenti, rustico e lontano dall’essere definito armonico (secondo l’ottica della moderna enologia), regala emozioni ai palati e alle menti “più aperte”. Miele, frutta secca, agrumi e sentori di sottobosco. Il secondo vino è un rosé fatto con uve Grenache, Mourvedre e Counoise. Generoso e fragrante, intenso e di carattere. Molto interessante.

Domaine des Chesnais – Francia: Due soli vitigni coltivati in agricoltura biodinamica nella Loira, Chenin Blanc e Cabernet Franc. Provati il bianco Cuvée Antoine, e il rosso Cuvée Marie, entrambi vivi, vibranti e di altissima qualità.

Gotsa Wines – Georgia: Dalla regione di Kakheti, precisamente Kiketi, vicino alla capitale Tbilisi, arrivano i vini di Gotsa Wines, fermentati e maturati in Kvevri, Abbiamo provato due vini provenienti da vitigni autoctoni, il Mtsvane, un bianco (meglio dire aranciato) fragrante e croccante, di medio corpo e importante acidità. Tannini percettibili e alta qualità. L’altro vino è un rosso fatto con uve Saperavi, caratterizzato da delicati sentori floreali, buona freschezza e tannini rimarcati.

Una piacevolissima pausa con l’esibizione del bravissimo Coro Polifonico del Chianti Fiorentino e Senese con canti del vino.

 

Lipovac Winery – Montenegro, Azienda Agricola Olianas – Sardegna, Casadei – Toscana: In tutto questo il principale attore si Chiama Stefano Casadei, proprietario e direttore tecnico di quattro aziende vitivinicole. Dal Montenegro proviamo il Vranac, vitigno rosso autoctono che si può accostare al Primitivo. Si trattava di un 2014, un campione prelevato da anfora e ancora in gestazione. Ha mostrato freschezza e aromaticità interessanti. da rivedere al momento opportuno. Dalla Sardegna invece, dall’Azienda Agricola Olianas, giunge un bel esperimento. Vermentino e Nasco (raro vitigno autoctono dell’isola) insieme, per un bianco naturale e profumatissimo, etereo e “marino”, con la presenza di frutta matura e di fiori di campo. Ottimo! Si sale, poi, a Suvereto per provare la Syrah fatta in anfora di Stefano, equilibrata e minerale.

Foradori – Trento, Azienda Agricola Cos – Sicilia: Di Elisabetta abbiamo provato una spettacolare nosiola, Fontanasanta 2009, biodinamico, macerato sulle bucce, custodito in anfora. Pietra focaia, frutta esotica, agrumi, erbe aromatiche, fiori. Armonico ed emozionante. Dalla Sicilia giunge il Pithos Rosso (nero d’avola e frappato), un vino aromatico che sa di viola ed erbe mediterranee, fresco e sapido, succoso e persistente.

Azienda Vitivinicola Crealto – Piemonte: Bella sorpresa Crealto, presente con due Barbera d’Asti, una affinata in botte grande e barrique (La Svolta) e una affinata in anfora. La prima speziata, rotonda, equilibrata, con il legno presente ma non protagonista, dolce ma anche piacevolmente amarognola..e fresca, Fresca ed equilibrata anche la versione in anfora, dove l’assenza del legno mette in risalto una vena minerale. Buone entrambe.

Azienda Agricola Biodinamica Al di là del Fiume – Emilia-Romagna Ma la grande sorpresa mi giunge da Gabriele Monti e l’Azienda Agricola Al di là del Fiume che non conoscevo nonostante si trovi “dalle mie parti”. Il mio assaggio si chiama “Fricandò” ed è un Albana, vitigno autoctono della zona. Macerato sulle bucce, si presenta con un colore che ricorda l’ambra. Profuma di frutta, albicocche, mele e arance. Profuma di erbe aromatiche, salvia, rosmarino e timo. Profuma di vita. Fresco e sapido, leggero e godereccio, per me è stato una rivelazione.

Così finisce questa esperienza, con un bel sorriso e con la consapevolezza che un vino ad altissimi livelli si può fare in tanti modi e, soprattutto, senza l’uso di prodotti dannosi, sia per la terra sia per la salute della persona.

57 Vignaioli indipendenti FIVI – ONAV Bologna – 19/11/2014

Serata dedicata alla FIVI, (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) che ha lo scopo di rappresentare la figura del viticoltore di fronte alle istituzioni, promuovendo la qualità e l’autenticità dei vini italiani. Grande successo con 57 vignaioli e 230 etichette a disposizione dei tantissimi partecipanti. Un piccolo “assaggio” della serata qui di seguito:

Mario Pojer (Pojer e Sandri) porta il suo “Zero Infinito”, vino frizzante fatto con la varietà bianca tedesca Solaris. Lo zero sta per zero solforosa aggiunta, zero chiarificazioni e filtrazioni, zero trattamenti in vigna e in cantina, zero lieviti selezionati..uno “Zero Infinito”. E’ un vino “col fondo” e si può bere agitando prima della mescita la bottiglia o scaraffarlo e con i lieviti rimasti sul fondo preparare (come dice Mario) un bel risotto. Ancestrale, equilibrato, insolito. Una menzione anche per il “Merlino”, un vino rosso da uve lagrein fortificato con il brandy, violaceo e denso con intensi sentori di radici, visciole e cioccolato. Potente ed elegante.

Di Pievalta (Castelli di Jesi) abbiamo provato due vini, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC e il Dominè Verdicchio dei Castelli di Jesi doc Classico Superiore. Il primo è un vino fresco, sapido e floreale, di buona persistenza e ritorni di erbe aromatiche. Il Dominè è più strutturato e ampio, fresco e intenso. Rimaniamo in zona e andiamo a conoscere i vini della “Marca di San Michele”, “Capovolto” e “Il Pigro della Marca”, due espressioni dello stesso vitigno, il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Il primo, vinificato in vasche d’acciaio, è fresco e sapido, minerale e piccante e rappresenta in pieno il terroir di Cupramontana. Il “Pigro della Marca”, detto così perché riposa a lungo prima di arrivare nei nostri calici, ha fatto prima acciaio e poi legno, e il risultato è un vino di grande struttura ed eleganza, con sentori complessi di erbe aromatiche, resine nobili e spezie dolci. Un gran bel vino.

Una fermata obbligatoria è quella di “Fattoria di Bacchereto-Terre a Mano”, che sorge a Carminiano, in provincia di Prato. Una simpatica e disponibilissima Rossella Bencini ha parlato con grande amore dei suoi vini. Il Carmignano (fatto con Sangiovese in prevalenza, Canaiolo e Cabernet Sauvignon) è molto equilibrato e di gran carattere, fruttato e speziato, un vino “vero”. Il Sassocarlo è un bianco fatto con uve Trebbiano Toscano in prevalenza e Malvasia, un nettare dorato di grande intensità e morbidezza. Miele, pesche e pere mature, frutta secca..meraviglioso. Meraviglioso è la parola giusta per descrivere anche il “Vin Santo”, dove la frutta secca e il miele la fanno da padrone, ma mantenendo un equilibrio fantastico. Di grande finezza, sottile e intenso nello stesso momento, etereo e persistente, questo è un vino che lascia il segno. Salendo in Alto Adige ci fermiamo per fare un saluto a Peter Dipoli e degustare il suo Voglar, un grandissimo Sauvignon, dove non troviamo tracce di “picciolo di pomodoro” oppure un intenso sentore erbaceo ma molto sottile e fine. Fruttato, concentrato, maturo. E’ un vino di grande ampiezza e profondità e nello stesso momento vivace. Ottimo.

Ci fermiamo poi, da Elena Pantaleoni e Giulio Armani per un calice di “Ageno”, un bianco secco fatto con Malvasia di Candia Aromatica, Ortrugo e Trebbiano. Macerato sulle bucce a lungo, si presenta aranciato, fumoso (per la mancata filtrazione), particolare. In bocca solvente, agrumi e albicocca. Solido e pieno come un rosso. L’avvocato Ageno, a cui è stato dedicato questo vino e che ha valorizzato molto la zona in cui viene fatto, può sorridere da “lassù”.

Tantissimi altri vignaioli hanno portato le loro “fatiche e soddisfazioni” e le hanno fatte conoscere al pubblico. Tanto di cappello a questi artisti della vigna che con etica e rispetto portano questo nobile frutto della terra nei nostri calici.

Una panoramica della serata:

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